Tu sei forte Ale

Tu sei forte, Ale

No, non lo sono. Vado avanti dicendo che domani sarà meglio, se non lo sarà fa lo stesso.
In realtà sono una bimba di 5 anni che non è cresciuta e che si gode le cose che non ha vissuto.
Così mi emoziono forte e non do il tempo alla paura di uccidere questo mio piccolo spirito infantile… mi ha reso più felice e più leggera.
Non volo altissimo, non sono ancora capace!
Vorrei che tu capissi amica mia, che siamo tutti un prato di fiori apparentemente tutti uguali, tutti spaventati ma siamo là, ognuno con un particolare che lo rende invece diverso, e su ognuno di essi si posano le api, le farfalle e una miriade di altri piccoli animaletti…
Si ‘sporcheranno’ della diversità di ognuno: sarà quel polline a finire su altri prati e vuoi sapere che c’è di straordinario?
Altri fiori nasceranno, e saranno tutti figli nostri.
[2017©Yelena b.]

Tu sei forte

Non credo ti capiti come capita a me

Non credo ti capiti come capita a me di sospirare quando senti una delle ‘nostre’ canzoni.

Non credo che ti capiti di avere all’improvviso un ricordo nostro che ti riempia la testa e ti lasci un po’ imbambolato, preso dall’emozione.

Non credo che a notte fonda a volte ti capiti di svegliarti perché hai sognato me.

Non credo ti capiti di raccontarmi quello che fai, immancabilmente ogni minuto, per tenermi con te, mentre guidi, mentre vivi.

Non credo ti senta solo, come capita a me a volte.

Tu sai ricominciare senza le cose, le persone, i luoghi, sai troncare benissimo, tanto nessuno è mai davvero importante.

Io invece sono radice. Resto, nelle intemperie più terribili, nei terremoti, cerco di contenere le frane. Potano la pianta, la tagliano fino a rasentare il terreno ma io rigermoglio, imperitura.

Solo tu sei stato velenoso, per colpa tua ho quasi finito per seccare, ma sono ancora qui.

Torni sempre, come il mare sulla sua spiaggia, è bello lo stesso farsi toccare, devastante ma meraviglioso, non più mortale.

Ho solo ingurgitato abbastanza veleno da non morire più… abbastanza cattiveria da esserne immune.

So che non ti capita. Non importa, tra noi l’amore che portavo era l’unica cosa che ci teneva in piedi, il tuo era troppo in basso e troppo a disposizione.
[©Yelena b.]

Mi vedono brutta e lo sono!

Mi vedono brutta, lo sono
e il rimpianto peggiore
è quello di aver dato loro il nero per farlo
Loro non sanno però
che altrove, irraggiungibile
c’è l’altra parte di me
quella che splende
[©Yelena b.]
Mi vedono

Mi sono inventata funambola

Mi sono inventata funambola quando la vita s’è fatta sottile
quando il vuoto si è mangiato gli appigli
e il silenzio ha inghiottito il mio mondo
Mi sono inventata pagliaccio
quando le lacrime mi rubavano il sorriso
e non potevo piangere per non turbare il tuo visino innocente
Mi hai vista pensierosa davanti al caffè
e non hai mai detto niente
Ora ti guardo
sei cresciuto in fretta
barcamenandoti con me, in questa nostra vita fatta di cose conquistate a forza e di rinunce
Non ti sei mai vergognato di essere diverso
mi hai sempre resa fiera
Oggi ti dedico le mie piccole vittorie, figlio mio
le piccole gioie che a noi sembrano immense
l’avverarsi di quelle modeste promesse che ti ho fatto
Non hai mai chiesto anche quando lo desideravi tanto!
Ti devo una carezza per ogni volta che m’hai detto ‘ce la farai, mamma’ e hai condiviso con me il niente
Non so se ho fatto di te un Uomo
ma so di averti regalato tutti i miei migliori sentimenti
Ti amo, figlio mio
[©Yelena b.]
Mi sono inventata

Ogni volta che mi danno un nomignolo

Ogni volta che mi danno un nomignolo tipo ‘principessa’, rabbrividisco, divento diffidente.
Ho (quasi) smesso di rifiutare gli abbracci anche se non del tutto, a volte l’impulso di opporre le mani è ancora forte, non riesco ad evitarlo, sono ancora tutti dei ‘nemici ai miei occhi. Mi sono trasformata in questi anni, ho perso fiducia, non sogno più.
Vivo alla giornata, guardando i giorni alternarsi velocemente, diventare settimane, mesi, anni. Nel frattempo prendo quello che viene, senza troppe domande. Non mi aspetto grandi cose anche ora, che potrei fare progetti a medio raggio non lo faccio, non ci sono abituata temo sempre di fallire.
Gli ultimi 8 anni sono stati veramente brutti, sono passati velocemente, ma l’intensità degli avvenimenti e tutto ciò che ne è conseguito, hanno creato un cratere profondo dentro. Io non parlo mai di me a chi mi sta accanto, non ci riesco, sembro più un pagliaccio, rido, sdrammatizzo.
Quando sei abituato ad essere forte da solo, il silenzio diventa il tuo unico elemento, la tua comfort zone, uno spazio accessibile solo a te e a nessun altro.
Le rivoluzioni della vita arrivano sempre quando ti trovi davanti un vicolo cieco, quando ti ostini caparbiamente a dire ‘va tutto bene’ anche quando dentro di te sai esattamente che è una bugia. Ho mentito a me stessa tante volte fino al momento in cui non ci sono riuscita più e tutto è crollato.
Dovevo immaginarlo che certe felicità non erano state previste nella mia vita ed io ho finito per peccare di troppa speranza, raccogliendo i cocci di tutto il resto.
La solitudine non è così male in fondo, bisogna prima perdersi per capire fin nel profondo il significato della propria esistenza e non necessariamente bisogna essere in due. Ho solo imparato che ci sono due impossibili, che non potranno mai essere in due, dovranno restare un uno fino alla fine. Ho desiderato tanto che questo si avverasse, volevo essere moglie e madre felice e mi sono ritrovata da sola, a mendicare attenzioni e amore.
Avevo fallito.
Il tempo perduto non si può recuperare e allora ricominci, facendo quello che puoi con ciò che resta. Ti fai passare i sogni, affievolisci i desideri, smetti di pensare a domani, fai l’equilibrista con il niente e ti inventi un nuovo spettacolo.
A volte mi passa in mente un pensiero, che forse sto vivendo una vita di transizione, che il meglio verrà nella prossima e che il ciclo si concluderà con un ‘e vissero felici e contenti’, ma sta vita non è una favola e io a volte vorrei entrare nel bosco e dire al lupo di restarsene nascosto e non farsi mai trovare dagli umani: siamo degli esseri immondi capaci di qualsiasi infamia, spacciandola per amore.
[©Yelena b.]
Ogni volta

C’erano tutti i presupposti per fregarmi

C’erano tutti i presupposti per fregarmi: buona musica, parole vellutate, un cervello. Soprattutto quello. E poi ero sposata, ma infelice, dettaglio top.
Oh si. Come tutte le altre, perché questo fai: le illudi per rovinarle, come qualcuna ha rovinato te. Una sorta di vendetta, ma con niente di personale, solo un giochino perverso. Le collezioni, conosci bene il meccanismo, ne hai viste passare tante dal tuo letto e nella tua vita. Per te sono numeri, corpi, semplici oggetti d’uso e consumo, ci perdi giusto il tempo per far spazio a quella dopo.
Quelle come te non si fanno usare, si limitano a godersi anche loro il giro di giostra e poi ti lasciano passare oltre, contente di aver preso quello che avevi da offrire.
Non facevo parte delle tue casistiche di donna ed è stata questo a scaturire la tua curiosità nei miei confronti. Sapevo scrivere, ti intrigavo.
Quella sera di ottobre, sei capitato tra i tanti, ma non lo saresti più stato: i tuoi occhi mi avevano stregato all’improvviso, in un solo fottuto secondo.
Lo hai sempre saputo di essere un uomo ‘che non deve chiedere mai’, un potere che usi alla perfezione.
Cazzo se eri bello, un cazzotto nello stomaco che mi ha tolto il fiato, tutto secondo copione.
Mi hai mandato le foto della tua legnaia coperta dalla neve, poi del sentiero di casa tua e abbiamo iniziato così, per gioco.
40 anni io, 43 tu. Capricorno io, capricorno tu.
Buffo, vero?
Eravamo due estranei, due che non si sarebbero mai incontrati per strada, due che abitavamo a quasi 500 km l’una dall’altro. Ero troppo debole in quel periodo, stavo pericolosamente sfidando me stessa, una donna in rinascita, ormai ribelle, in cerca della propria identità perduta, quale preda migliore per un giocatore come te?
Hai iniziato subito a tessere la tua tela e a me piaceva da impazzire farmi irretire da te, non potevo credere che uno tanto bello e tanto corteggiato volesse proprio me, il brutto anatroccolo.
Il tempo passava, le lusinghe aumentavano, le voglie aumentavano.
Ti leggevi nei miei scritti, quale perversa lusinga era sentirti protagonista dei miei pensieri, trovarti sul ciglio dei miei desideri.
C’era un particolare da non sottovalutare tuttavia: non doveva essere una cosa seria, perché di serio tra noi non doveva esserci nulla. Ma certe cose non possono essere contenute, quando due si incontrano ad un livello di percezione profondo, non si può parlare di scopamicizia, se non è solo mero sesso.
O almeno mi hai fatto credere che non fosse così.
Un ‘wicked game’… uno strano scherzo del destino.
Ho preso un treno, il 28 novembre 2010. Un treno che dopo 4 ore, mi ha portato ad abbracciarti. Ricordo ogni cosa di quel giorno, l’ansia, il cuore a mille, l’odore in treno, i cartelli delle stazioni, i denti che tremavano… tu e la tua camicia a scacchi rossa, scorti tra la folla, sulla banchina.
Quel lungo abbraccio stretto, il tuo profumo, il tuo collo, la sensazione magnifica di te tra le braccia.
Sono una cogliona romantica, tanto sciocca e sentimentale da aver scolpito dentro di me ogni singolo frangente vissuto con te.
Siamo usciti dalla stazione mano nella mano, non credo di aver mai in vita mia provato una felicità così totale…
Avrei dovuto immaginare che faceva parte di una recita molto ben congeniata, ho fatto l’errore di innamorarmi di ogni tuo difetto…
Mi fa male anche scriverlo, anche dopo 8 fottutissimi anni.
Mi hai rubato la tenerezza su un divanetto di fronte al camino, in un letto di lenzuola rosse, in una colazione con caffè e pizzette rosse, comprate apposta perché ‘la mia principessa non ama i dolci’.
Oddio… ti farei a pezzi ora. Ti sparerei in pieno petto tutto il mio dolore e vederti piegato a piangere.
Da quel momento in poi, le cose si sono solo complicate: avevi capito che il gioco era andato troppo oltre, stava diventando ‘serio’ e tu non potevi permettertelo, dovevi mantenere il tuo harem.
Hai cominciato ad allontanarti e ti ho lasciato fare. Poco prima di natale ti sei organizzato un viaggio e sei partito, non ho mai saputo con chi e nemneno per dove. Non hai chiamato, mandato messaggi. Solo un messaggio d’auguri per il nuovo anno, a mezzanotte del 31 dicembre.
Ero delusa e non potevo farci nulla.
Quando sei tornato, non sono stata la persona che hai cercato per prima, sono venuta dopo tutte le altre.
D’altronde mi sono detta, che potevo pretendere? Ero io ad essere innamorata, non tu, quindi cosa restavo a fare?
Non amo diventare gelosa, è una delle cose che mi corrode, come le bugie: divento insicura e il solo pensiero di dover sgomitare per farmi spazio e dare il peggio di me, mi fa andare via. Ho deciso che ne avevo abbastanza, tanto ormai era piuttosto chiaro che non te ne fregasse molto.
Per te erano tutte stronzate.
Per mesi ci siamo evitati. Anche se ti vedevo ancora fare il pagliaccio con chiunque e mi faceva stare malissimo.
Poi un giorno, qualcuno mi ha detto che ti eri fatto molto male con la motosega e sono andata in panico. Dovevo sentirti… e là ho fatto l’errore più madornale: ti ho dato il coltello per spaccare il mio cuore a metà. E tu non hai aspettato molto ad usarlo… mi hai illuso chiamandomi ‘amore’,dichiarandoti davanti a tutti, harem compreso.
Hai continuato a farlo nei giorni seguenti, promettendomi un futuro, un legame stabile, una vita nostra!
Ah se avessi capito che giocavi ancora!
Con i tuoi repentini malumori, la tua rabbia… non credo tu abbia mai capito che cosa ho fatto per te.
Sono andata dall’avvocato e ho chiesto la separazione a marzo 2011. Non avevo soldi, non avevo un lavoro, il mio domani era precario ed incerto, ma con te ce l’avrei fatta. Avrei trovato il modo di sistemare ogni cosa, ero invincibile.
Magari… tu non dai margini e non concedi nulla, pretendi. Certe cose hanno bisogno di pazienza e tatto, avresti dovuto avere maggior fiducia in me. Quando credi in qualcuno e pensi sia mosso dal tuo stesso amore, pensi anche che sarà la tua forza, la tua spalla, il tuo alleato. Tu non eri niente di tutto questo.
Ho assistito a scene di gelosia esagerate e senza motivo, non avevo nessuno che ti rendesse così furosamente geloso, di certo non mio marito, con il quale era già finita da tempo. E nemmeno gli altri. Tu invece ne avevi da nascondere e ti eri giocato la carta della fiducia, la mia. Ti ho dato fiducia, pur sapendo che non eri uno stinco di santo, pur sapendo che non avrei dovuto crederci, un atto d’amore che non meritavi.
A maggio hai dato il meglio di te. Eri sempre insofferente, distante e brusco, ogni stupidaggine diventava motivo di discussione, malgrado facessi di tutto per smorzarne i toni. A te non importava quello che facevo, volevi tutto subito, senza compromessi.
Tiziano non era un compromesso, andava tutelato, la mia separazione non doveva ricadere su di lui, su mio figlio. Aveva solo 8 anni, il trauma sarebbe stato enorme e mi dovevo impegnare prima di tutto a spiegarlo a lui!
Ancora una volta mi sto giustificando, quando invece dovrei guardare le cose come sono!
A te non interessava quello che stavo passando io in quel periodo, perché non volevi stare insieme a me. Me lo hai dimostrato l’ultima volta che siamo stati insieme, era palese che non mi volevi vedere. Ti sei comportato di merda, mi hai trattato malissimo, tanto male che volevo prendere il treno e tornare a Roma.
Mi è rimasta impressa una frase ‘adesso andiamo a noleggiare un film, così almeno facciamo qualcos’altro!’, mi hai fatto sentire una poco di buono, come se fossi là solo per scopare. Non dici una cosa così brutta a chi ami, ci sono arrivata tardi a capire la verità.
Ricordo di averti lasciato un biglietto, tra le bottiglie, nel saloncino di casa tua, lo avevo colorato io stessa e ritagliato a cuore ‘sei il mio sole, ti amo come mai in vita mia’.
Tu lo hai trovato, ma non hai avuto nessuna reazione, non una. La verità era davanti a me e continuavo a non vederla…
L’ho compresa il giorno dopo, la domenica che ci siamo sentiti per l’ultima volta, quando mi hai vomitato addosso tutto il tuo rancore, la tua rabbia, accusandomi di essere io quella che non voleva stare con te. Stavo solo cercando di far finire il mio matrimonio in maniera consensuale e senza ritorsioni, ti avevo solo chiesto di pazientare un mese in più, visto che il mio ex non era ancora riuscito a trovare un appartamento.
Ho ascoltato tutte le tue cattiverie piangendo. Mi hai sbattuto il telefono e non ti ho sentito per il resto della giornata. Sono stata di merda.
Il giorno dopo ti sei fatto sentire come se nulla fosse, tremila messaggi stupidi, mandati random. Non avevo voglia di risponderti, ero distrutta. Alla fine l’ho fatto e ti ho risposto quello che pensavo davvero.
Mi aspettavo di parlarne, ma non c’è stato niente da parte tua. Ti ho chiamato, hai riattaccato.
Ti ho richiamato, hai lasciato squillare senza rispondere.
Se non potevi comprendermi, se non potevi metterti nei miei panni e aiutarmi, non valeva nulla il nostro ‘amore’, e là ho fatalmente realizzato che l’amore non c’era.
Ti ho scritto che se avessi deciso di non parlarmi, io avrei deciso di non cercarti oltre, ne è seguito il silenzio, quello che ancora c’è.
Il mio ex marito è uscito di casa il 1° luglio. Il 27 agosto ho firmato la separazione davanti ad un giudice del tribunale di Civitavecchia. Avevamo un solo avvocato ed eravamo sereni, perché dovevamo finirla da persone civili.
Ancora lo siamo, per nostro figlio che cresce sano ed equilibrato, di questo sono orgogliosa.
A volte penso che se ci fossimo trasferiti da te, avrei passato momenti terribili con i tuoi sbalzi d’umore e la tua rabbia e forse ci avresti buttato fuori di casa, solo per dispetto, infantile come sei.
La bastonata vera però è arrivata nel 2012, quando mi hanno trovato delle cellule anomale sul collo dell’utero, portate da un virus che avevo preso e che di solito viene trasmesso sessualmente da uomini che entrano in contatto con donne portatrici. Non ero stata con nessun altro, io volevo te!
Non so spiegare come mi sono sentita. Non ce la faccio.
Avrei potuto morire di cancro se fossi stata geneticamente predisposta.
Ti amavo, ma chi avevo amato? Chi?
Sei riapparso, l’anno dopo, nel 2013.
Mi sono vista aggiungere come ‘contatto’ su skype, senza un messaggio.
Due anni… avevi cambiato la foto profilo con quella che amavo tanto ed avevi messo Viareggio come città di provenienza. Forse volevi ricordarmi chi fossi, ma non ce n’era bisogno credimi, lo sapevo benissimo.
Sei quello che mi ha semplicemente devastato l’anima.
Ancora una volta un qualcuno mi ha consigliato di lasciarti parlare, in fondo era giusto sapere, no? Ti ho accettato, aspettando che tu dicessi quello che avevi da dire.
Ho aspettato e aspettato.
Tre giorni e poi ti sei eliminato.
È stato allora che mi è montata la furia, non potevo davvero credere che riuscissi ad essere ancora così crudele con me. Volevi giocare di nuovo, proprio nel momento peggiore in cui ero di nuovo fragile! Come si fa ad amare un essere come te?
Mi dicono che devo dimenticarti, che non posso continuare ad amare uno che mi tratta come una delle tante.
Io non posso, io non so come cristo si fa a dimenticarti!
È tutto ancora nitido e drammaticamente doloroso… ancora oggi mi chiedo scopavamo soltanto?
Come hai potuto farmi tutto questo?
Dal virus sono guarita, dopo anni di calvario, è da te che non guarisco.
Che tu sia maledetto sempre.
In ogni dove.
[©Yelena b.]
C'erano tutti