‘Scrivi un libro’

‘Scrivi un libro’
Sarebbe bello, ma qualcuno ha detto che per essere scrittore bisogna esserlo di mestiere.
Devi sederti e ‘spaccarti il culo’ su una sedia, davanti ad un pc.
Essere scrittori vuol dire avere il tempo per dedicarsi solo a scrivere.
Sarebbe bellissimo in effetti non avere un cazzo altro da fare.
‘Ma dai! Metti insieme le tue storie no? Il libro esce da sé!’
Ecco. Io sono questa una piccola cantastorie, un menestrello improvvisato. Non ho un luogo dove esibirmi, a volte scelgo la linea dell’orizzonte, a volte una nuvola dai baffi rosa, a volte le fronde di un albero quando c’è vento. Qui da me c’è sempre un sacco di vento, anche quando volo con tutte le mie parole… lui me le spinge sempre lontano e a volte a forza di rincorrerle, alcune si disperdono, ridacchiando.
Come fai a fare lo scrittore quando ti perdi le parole migliori?
Mi piace pensare che tornino, di notte mentre dormo, le immagino tutte sedute vicine sul comodino mentre complottano fra loro sul prossimo dispetto che mi faranno.
No, non posso fare la persona seria quando scrivo… Io canto di favole sceme che di fiabesco non hanno niente, prendo appunti e deliro con luna e stelle.
Intanto vago… a cavallo d’una canzone.
Se a qualcuno andasse, vi do un passaggio, andiamo a far danni dentro ai sogni.
[Yelena b.]

Scrivi un libro;

Vittima e carnefice

Non mi hai chiesto di restare.
Mi hai invitato nella tua vita solo come visitatore.
Mi hai sempre visto come estranea, una curiosa che, come era entrata, poteva anche andarsene senza che tu ne sentissi la benché minima differenza. Come potevi pretendere che sarei rimasta?
Mai benvenuta, quasi un ospite che disturba.
Mi sono chiesta mille volte guardando i tuoi occhi ‘ti ho mai toccato davvero?’ e ti sei mai chiesto quanto invece tu abbia saccheggiato nella mia anima?
Non mi rispondo, non voglio.
Resto spesso zitta, in un angolo con tutte queste parole in testa.
A volte vorrei spedirle lontano, fra i ghiacci, a spegnerle.
Sono rimaste piene di spigoli e rimbalzano come palle: non hai detto mai niente di concreto, di nostro. O me lo sono sognato che sei esistito?
Avrei preferito sentire un addio vero, non un telefono sbattuto o squilli infiniti senza una risposta; un vattene concreto, brutale, pieno di rabbia, invece non ho avuto niente… solo la cocente delusione di aver fatto da bersaglio ad un bimbo capriccioso che sparava contro l’amore, solo per punire chiunque del fatto che non lo avesse mai conosciuto.
Un po’ ti somiglio ora, somiglio ad uno dei tuoi demoni, il peggiore: il contagio di certe malattie diventa inevitabile quando si scopre troppo il cuore… e quando un uomo si fa untore perverso, sa scegliere bene la sua vittima da plasmare a sua immagine, ma non è detto che riesca nel suo intento. Sei stato il mio carnefice è vero, io scelgo di non esserlo. E in questo ti ho vinto.
[Yelena b.]

Vittima e carnefice

Sapete chi è un autore?

Sapete chi è un autore?
Uno che sa raccontare storie.
Uno che le sa raccontare così bene da far sognare, pensare, volare chi legge.
Chi in un secondo con tre parole crea l’infinito in un pensiero semplice.
Chi racchiude una vita in un piccolo contenitore di carta.
E non lo dice.
[Yelena b.]

Sapete chi è un autore

Sei mai andato alla fine di te stesso?

Sei mai andato alla fine di te stesso?
Intendo proprio incamminarti dentro per percorrerti tutto, ci hai mai provato?
Aprire tutte le stanze chiuse, negli angoli più bui, avendo il coraggio di guardarci…
Lo faresti o ne avresti paura?
Ne ho molti di posti così, a volte ne scopro di nuovi senza stupirmene. Chissà quanti altri ne troverò andando avanti in questo viaggio, luoghi che non condividerò con nessun altro se non me.
Giro per questi corridoi con me stessa e tutti i miei difetti, come fossimo una coppia datata che ormai si sopporta, si tradisce ma non si lascerebbe mai.
Anche questo è amore.
[Yelena b.]

Sei mai andato

È sempre facile etichettare la gente

È sempre facile etichettare la gente dicendo ‘chi, quella? È matta!’
Dietro a gesti e comportamenti da ‘matta’ c’è un motivo preciso, che i più non capiscono.
Perché capire, alla fine a chi importa?
A chi frega davvero sapere quanto dolore nasconde una persona?
Si finisce per provare una cosa mostruosa che si chiama empatia, ci si tocca.
Nessuno chiede ‘come stai’ con l’intento di saperlo davvero, meglio distribuire zucchero sintetico, pillole di saccarina che non metteresti nemmeno nel caffè.
Da buona matta borderline guardo tutti, ascolto i loro pettegolezzi di cose che avrei fatto che non sapevo neanche io. Rido e continuo a guardare la loro presunzione, il loro fantastico saper vivere, dove tutto è giusto o sbagliato, bianco o estremamente nero.
Come sono belli…
E come sono diversa.
Mi sa che ho sbagliato universo.
Senti, Dio, a che ora passa un miracolo? Non è il mio pianeta questo.
[Yelena b.]

È sempre facile etichettare

Fonte https://m.facebook.com/Yelenabautore/photos/a.437138376486152.1073741827.437134223153234/700281106838543/?type=3&source=54

L’hai mai portata a vedere che tempo facesse

L’hai mai portata a vedere che tempo facesse dentro di te?
Le hai mai chiesto se volesse dividere con te l’ombrello mentre il temporale dei tuoi malumori si scatenava?
Le hai mai mostrato il tramonto del cuore, le stanze dei tuoi sogni, l’alba dei tuoi dolori?
No.
Eppure lei c’è entrata in punta di piedi.
Era pronta.
L’impaurito eri tu.
[Yelena b.]

L'hai mai portata

Mi preoccupo per te lo stesso

Mi preoccupo per te lo stesso, specialmente quando piove.
Non dovrei visto che sei stato la delusione più grande della mia vita.
L’amore è perseverante, quando mette radici continua a crescere, anche nell’indifferenza dell’altro.
Così, mentre guardo la pioggia scendere copiosa, il mio pensiero si imbarca in questo sciocco viaggio verso te. Ripassa e lucida le bugie, le rispolvera per bene e poi ammira il risultato.
Ogni piccolo ricordo viene risistemanto esattamente, con maniacale dovizia: tutto ma proprio tutto deve essere drammaticamente come è, menzogna per menzogna.
Quando entro a casa tua sento la tua voce riecheggiare e dire tutto quello che ci siamo detti, non posdo permettermi di scordare nemmeno una sillaba.
E ti vedo di spalle, seduto alla scrivania: la luce che filtra dalla finestra illumina solo te, come su un palco a teatro, la tua schiena è il mio monologo indelebile: quello in cui ho scritto più respiri che potessi.
Il mio rimpianto è non essere stata in grado di capire che tutto ciò che ho scritto su di te non è mai diventato un vero discorso, nemmeno una sola fottuta parola. Tu hai corazze spesse che non proteggono un cuore ma solo ego e rabbia.
Piove, là, su quell’albero di ciliege che ha visto solo me e nessun altra. Ci sono luoghi in te in cui sono entrata solo io e hanno avvelenato solo me.
Piove e mi chiedo come stai.
Se i tuoi occhi sono ancora accesi o se li hai spenti per un po’, quel po’ che basta per dimenticare.
Rido al pensiero che ti devo ancora dei soldi… Tu mi devi di più: tre speranze, un’illusione e un ti amo mai pronunciato.
Delle tue promesse ho fatto uno scrigno e poi ci ho messo il cuore, non l’ho chiuso a chiave, tanto da quando non ci sei… Non batte più.
‘Come stai?’
‘Bene’
Anche io.
[Yelena b.]

Mi preoccupo per te

Need a miracle

Need a miracle

È sempre facile etichettare la gente dicendo ‘chi, quella? È matta!’
Dietro a gesti e comportamenti da ‘matta’ c’è un motivo preciso, che i più non capiscono.
Perché capire, alla fine a chi importa?
A chi frega davvero sapere quanto dolore nasconde una persona?
Si finisce per provare una cosa mostruosa che si chiama empatia, ci si tocca.
Nessuno chiede ‘come stai’ con l’intento di saperlo davvero, meglio distribuire zucchero sintetico, pillole di saccarina che non metteresti nemmeno nel caffè.
Da buona matta borderline guardo tutti, ascolto i loro pettegolezzi di cose che avrei fatto che non sapevo neanche io. Rido e continuo a guardare la loro presunzione, il loro fantastico saper vivere, dove tutto è giusto o sbagliato, bianco o estremamente nero.
Come sono belli…
E come sono diversa.
Mi sa che ho sbagliato universo.
Senti, Dio, a che ora passa un miracolo? Non è il mio pianeta questo.
[Yelena b.]

Need a miracle